Autrice: Assunta Giordano – Psicologa & Psicoterapeuta, fondatrice di LineaMentis

Il contesto carcerario rappresenta un’immagine di libertà individuale negata, un’istituzione totalizzante e preclusiva. Il detenuto si ritrova a dover fare i conti non solo con l’abdicazione della propria individualità ma anche con un contesto all’interno del quale tutto ciò che prima rappresentava la propria vita, adesso appartiene ad un passato lontano. La detenzione carceraria viene vissuta come un evento destabilizzante: la rinegoziazione dei ruoli e degli spazi individuali comporta dei cambiamenti a livello intra ed inter-psichico, oltre che implicazioni su aspetti emotivi, cognitivi e comportamentali. Il detenuto vive la perdita della propria autonomia, della propria identità e la rinuncia del proprio progetto di vita all’interno di un contesto di ristrettezza caratterizzato da regole, ruoli e mancanza di comunicazione. Nel tentativo di riappropriarsi di Sé e di comunicare agli altri la propria esistenza, il corpo diventa per il detenuto uno strumento di comunicazione silente ma esplicativo di ciò che, in altri modi, non riuscirebbe a raccontare.
Il tatuaggio, nel gergo carcerario, indica uno status deviante, un motivo di orgoglio ed ostentazione ed una modalità comunicativa non-verbale attraverso la quale ottenere effetti intimidatori nei confronti degli altri, degli agenti di custodia e della società esterna. Con l’utilizzo dei tatuaggi “gli stessi delinquenti rivelano sia la tendenza di carattere inferiore a manifestare i propri sentimenti mediante scritti sul corpo, sia un certo grado di imprevidenza per il fatto che il tatuaggio oltre a costituire un contrassegno di grande importanza per la identità personale, esprime non di rado quei sentimenti più intimi che servono a far meglio conoscere il loro particolare modo di sentire e quindi la loro stessa pericolosità” (Di Tullio, 1977). Il tatuaggio diventa inoltre un modo per manifestare l’appartenenza ad una sub-cultura carceraria che manifesta il rifiuto delle istituzioni, delle norme che esse esprimono e delle persone che la rappresentano, oltre che un senso di solidarietà con gli altri detenuti.
La pratica del tatuaggio, dunque, viene visto come un rafforzamento del proprio Sé e una modalità con cui poter rivendicare la propria unicità personale nei confronti delle dinamiche di appiattimento del carcere come istituzione totale (Goffman, 1961). Il suo utilizzo può servire a definire la psiche e a solidificare la propria identità in un contesto dove l’individualità è particolarmente limitata (DeMello, 1993).
I tatuaggi: una finestra sulla psiche.
Per secoli il tatuaggio è stato considerato un tabù culturale, tipicamente associato a specifici gruppi uniti da un forte senso di appartenenza come marinai, soldati, criminali, membri di bande e gruppi marginalizzati (Wohlrab et al., 2007). Negli ultimi decenni, il suo significato si è evoluto, abbandonando questo stigma (Lauman & Derick, 2006) per adottare sempre più una prospettiva ed un significato individuale.
Il corpo da sempre è utilizzato come mezzo per comunicare ed entrare in relazione con l’Altro, basti pensare, ad esempio, come sin dalla nascita il bambino entra in relazione con il mondo circostante attraverso il contatto con la pelle della madre. Nel 1922 Freud nella sua opera “L’Io e l’Es” scrive: “L’Io è innanzitutto un’entità corporea” e, nella nota di traduzione autorizzata, aggiungeva “L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venire considerato come una proiezione psichica della superficie sul corpo, e inoltre, il rappresentante degli elementi superficiali dall’apparato psichico (Freud, 1922)”. Con questo scritto, dunque, Freud descrive il corpo come una funzione dell’Io nella costruzione del senso d’identità. La pelle rappresenta il rapporto tra i pensieri e le riflessioni esterne, tra la società ed il Sé (Patterson & Schoeder, 2010).
Una delle funzioni psichiche del tatuaggio, inteso come abbellimento artificiale volontario prodotto sul proprio corpo, sembrerebbe essere quella di rafforzare il proprio senso di definizione dell’Io (Gerald & Grumet, 1983), la propria autostima e il proprio fascino (Scutt & Gotch, 1974). Caratteristiche come la timidezza, l’insicurezza, il bisogno di sostegno ma anche il coraggio, l’imprudenza e l’inclinazione alla ribellione possono essere espresse attraverso una ricerca pittorica sul proprio corpo. Lo scopo ultimo sembra essere quello di dar sollievo ad un senso di inadeguatezza, esprimere un bisogno profondo di richiamare l’attenzione sul corpo per assicurarsi di esistere (Hamburger, 1966) ed offrire la promessa tangibile di un’identità finale, un’immagine più chiara del proprio Io diffuso (Gerald & Grumet, 1983).
Un’altra funzione psichica sembra essere quella definita “difesa esoecheletrica” (Popplestone, 1963), intensa nei termini in cui l’individuo attraverso il proprio corpo tatuato (l’esoscheletro) cerca di difendersi da un ambiente percepito come un pericolo (ad esempio, il tatuaggio di un animale feroce può avvisare gli altri che chi lo porta è un soggetto pericoloso).
Continuando, nell’analisi delle funzioni psichiche del tatuaggio è importante considerare anche le caratteristiche sessuali. La pelle è l’unico sistema esposto alla vista nella sua interezza e allo stesso tempo resta il fulcro delle attività tattili ed erogene. Non sorprende che alcuni di questi sentimenti vengano proiettati sulla pelle sotto forma di tatuaggi di natura erotica, amorosa o romantica (ad esempio rose fluttuanti, cuori e teschi trafitti da pugnali o coltelli dai manici curiosamente fallici (Ebensten, 1953)).
In ultima analisi, si osserva una funzione psichica di ambivalenza da parte dell’individuo nei confronti dei propri tatuaggi, intesa in termini di ripensamento e la conseguente rimozione (Cohen, 1927). Una delle principali ragioni risiede nel fatto che i tatuaggi riflettono lotte di identità passate che potrebbero non essere più rilevanti. Il tatuaggio è un tentativo di rendere permanente ciò che è fugace, l’immagine del “chi sono”, diventa l’immagine del “chi ero” (Gerald & Grumet, 1983).
Comunicare attraverso il corpo.
L’istituzione carceraria, con i suoi meccanismi di privazione e di oppressione, muta l’esistenza soggettiva arrecando effetti inevitabili sia sulla personalità che sulle attitudini dell’individuo. Il rigido controllo riguardo ogni forma di comunicazione, sia con l’interno che con l’esterno, la definisce come il luogo della “non-comunicazione” ossia un mondo dove la parola viene screditata e cessata (Gonin, 1994). L’incomunicabilità e la mancanza di una comunicazione costruttiva sfociano in sentimenti di rabbia molto intensi. Gli stessi, in alcuni casi, possono assumere una valenza strumentale volti ad ottenere una serie di benefici (possibilità di recarsi in ospedale, uscite, talvolta cure ed attenzioni) altrimenti non accessibili; ma nei casi più estremi, vengono agiti attraverso gesti auto-distruttivi del Sé.
Il corpo, dunque, diventa una modalità di comunicazione e di espressione, un pezzo di “carta” (Manconi, 2002) su cui scrivere segni indelebili del proprio vissuto e della propria storia di vita di cui il tatuaggio ne può rappresentare l’essenza. Il detenuto attraverso i tatuaggi, si racconta, costruisce un’autobiografia esistenziale (Gonin, 1994) e comunica la propria identità. La spinta psicologica alle modificazioni corporee intenzionali, come i tatuaggi, sembra risiedere nel bisogno di rappresentare il proprio Io, la propria essenza e per l’appunto la propria identità. Le principali motivazioni che spingono un individuo ad effettuare modifiche corporee intenzionali (intese sia come tatuaggi che come piercing) possono essere riassunte in dieci categorie (Wohlrab et al., 2007) che comprendono sia la bellezza e la moda, sia l’espressione di un profondo significato personale (narrazione personale, resistenza fisica, affiliazioni e impegno di gruppo, spiritualità e tradizione culturale). Appare inoltre interessante come queste modifiche corporee possano dar vita ad aspetti di dipendenza, dovuti probabilmente al rilascio di endorfine associate alla penetrazione e che determinerebbero una sensazione anestetizzante positiva (Winchel & Stanley, 1991).
Una particolare attenzione è stata posta sull’importanza di esperienze pregresse traumatiche come abusi o violenze sessuali: le vittime hanno riferito il desiderio di elaborare le esperienze passate attraverso la modifica del proprio corpo (Stirn, 2003).
In generale quindi, per alcuni individui le modificazioni corporee intenzionali rappresentano un mezzo per far fronte ad avversità pregresse (Ernst et al., 2022), una modalità attraverso la quale creare non solo delle esperienze soggettive più piacevoli, ma che possa consentire di riappropriarsi delle parti del corpo precedentemente oltraggiate.
“Per me è una forma di autolesionismo, se si può definire così. Per quanto riguarda la mia esperienza, per attutire il dolore o per evitare di pensare a determinate cose ti fai un tatuaggio ed evadi da certi pensieri affettivi, familiari, personali e quant’altro. Il dolore fisico copre quello mentale: se hai un pensiero, nel momento in cui senti il dolore dell’ago ti passa perché è un dolore più grande che esorcizza quello psicologico”.
Fonte: “Il tatuaggio in carcere”, intervista a un ex detenuto di Silvia Ragni in http://www.ristretti.it/commenti/2010/novembre/pdf2/intervista_ragni.pdf

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