Autrice: Assunta Giordano – Psicologa & Psicoterapeuta, fondatrice di LineaMentis

Il disturbo di panico (DP) non solo colpisce l’individuo, ma mette a dura prova anche le relazioni intime. Questo disturbo può agire come un catalizzatore, un amplificatore o una conseguenza delle difficoltà relazionali all’interno della coppia. Le richieste crescenti sul partner sano, spesso eccessive, e l’alterazione dei precedenti equilibri relazionali possono minare la soddisfazione di coppia e portare a comportamenti disfunzionali della stessa. A loro volta, i problemi relazionali possono fungere da fattore scatenante o di mantenimento del disturbo stesso.
Nelle prime fasi della loro vita, questi pazienti hanno spesso vissuto l’esperienza dolorosa di una separazione precoce, come il divorzio dei genitori o la perdita di un genitore (Tweed et al. 1989; Bandelow et al. 2002), accompagnata da intense emozioni di ansia o di rassegnazione (Manassis et al. 1994; Biederman et al. 2007), definendo in tal modo uno stile di attaccamento insicuro-ambivalente (Muris et al. 2001, Cassidy et al. 2009). La teoria dell’attaccamento, formulata da Bowlby (1973), postula che i primi legami con le figure di attaccamento siano fondamentali per lo sviluppo di “Modelli Operativi Interni” (MOI) che guidano le relazioni interpersonali future. Questi modelli relazionali fungono da lenti attraverso cui le esperienze relazionali vengono interpretate sulla base di credenze su quanto sia degna una persona o quanto siano buone le altre persone,influenzando così le aspettative sulle relazioni, la percezione degli altri e le modalità di interazione (Saavedra et al. 2010). Altresì, nei pazienti con DP si osserva la presenza di due “Schemi Disadattivi Precoci” (EMS), ovvero modelli personologici sviluppati durante l’infanzia sulla base del temperamento e degli eventi avversi, coinvolti nell’eziopatogenesi del disturbo (Young, 1990): lo schema di incompetenza/dipendenza e lo schema di vulnerabilità al danno. Il primo schema risiede nella convinzione di non essere in grado di funzionare da solo e, dato un eccessivo bisogno di aiuto, lo sviluppo di dinamiche interpersonali di tipo dipendente (Kwak & Lee 2015). Il secondo schema, focalizzato sulla minaccia alla propria salute e alla perdita di controllo, porta all’evitamento delle situazioni presumibilmente minacciose affidandosi esclusivamente al proprio partner (Kwak & Lee 2015).
Le problematiche relazionali dei pazienti con DP sono spesso determinate da:
Bisogni insoddisfatti.
In merito ai bisogni insoddisfatti è importante ricordare che, nelle prime fasi di vita, è la figura di accudimento a rispondere ai bisogni di sicurezza, di accettazione, di riconoscimento e di confini sicuri, espressi dal bambino. Il mancato soddisfacimento di questi bisogni di solito porta inconsciamente l’individuo a cercare di soddisfarli in una relazione intima da adulto (Young et al., 2003). Nonostante si sentano sopraffatti, i partner dei pazienti con DP spesso tendono ad adattarsi alle loro richieste poiché si sentono valorizzati e indispensabili nella relazione. Questa dinamica, di riflesso, dà avvio ad un circolo vizioso che funge da fattore di mantenimento della problematica dei pazienti. A lungo andare, tale dinamica non fa che aumentare la probabilità di una rottura della relazione (Pyke & Roberts 1987, Praško et al. 2015).
Difficoltà di comunicazione.
I problemi di comunicazione sono strettamente legati ai bisogni insoddisfatti, infatti, sono spesso causati da interpretazioni imprecise, effettuate dai pazienti, del comportamento del proprio partner. Queste sono principalmente legate al senso di minaccia, di insicurezza, di non accettazione, di riconoscimento insufficiente o di ingiustizia percepita all’interno della relazione. Contribuisce, inoltre, la presenza di abilità comunicative sottosviluppate, come ad esempio la mancata espressione dei propri bisogni per la paura del rifiuto (Craske et al. 1989, Praško et al. 2007).
Dipendenza emotiva.
Il compito principale del partner di un paziente con DP diventa quello di aiutarlo ad evitare una minaccia sospetta o in qualche modo di proteggersi da essa (Zaider et al. 2010, Chambless et al. 2017, Palardy et al. 2018). Nei casi più severi, la dipendenza del paziente può raggiungere livelli tali da richiedere la presenza continua e costante del proprio partner (Stokes, 2017). In queste situazioni, il partner tende a svolgere compiti e responsabilità specifici del paziente non aiutandolo realmente ad affrontare le situazioni temute, confermando così lo schema di incompetenza del paziente. Tale dinamica riduce l’autostima e rafforza la tendenza alla resa portando il paziente a non esprimere apertamente i propri bisogni, a rimanere in situazioni che non gli piacciono alimentando ancora di più una profonda insoddisfazione relazionale (Praško & Trojan, 2001).
Mancanza di vicinanza e intimità.
La mancanza di vicinanza e intimità in una relazione può giocare un ruolo significativo. L’intimità come concetto si riferisce a vari significati legati all’età, al sesso, all’educazione e alla cultura (Kardan-Souraki et al., 2015). L’intimità richiede un senso di sicurezza, di accettazione e di apprezzamento reciproco. Questi sentimenti sono difficili da raggiungere se uno dei partner dipende dall’altro o se uno è dominante nella relazione e l’altro sottomesso. Con queste disuguaglianze di posizione nella relazione, la possibilità di apertura è solo parziale.
Stigmatizzazione.
Per alcune persone diventa difficile accettare che il proprio partner abbia una diagnosi psichiatrica che li minaccia e li colpisce (Praško et al. 2011). Spesso combattono contro questo e non supportano il paziente nel fare una visita da uno specialista, assumere farmaci o sottoporsi a percorsi di psicoterapia, ma costringono a “farlo da solo”. I sintomi del disturbo da panico possono inizialmente essere così drammatici da portare il partner a credere che il paziente abbia una grave malattia somatica. Entrambi ne restano delusi quando scoprono che invece si tratta di una diagnosi psichiatrica. Se il paziente sviluppa un comportamento evitante, il partner è generalmente tollerante all’inizio. Ma in molti casi, l’evitamento viene gradualmente considerato una “debolezza”, una “mancanza di coraggio” e viene attribuito al carattere del paziente. Questa stigmatizzazione può portare all’auto-stigmatizzazione da parte del paziente (Praško et al. 2011).
Difficoltà di adattamento.
L’adattamento del partner ai sintomi del paziente con DP attraverso comportamenti protettivi aiuta a ridurre l’ansia immediata. Tuttavia, allo stesso tempo, mantiene i sintomi del disturbo, poiché aiuta il paziente a evitare l’ansia, non imparando a gestirla. Ne sono un esempio partecipare ai comportamenti evitanti o di salvaguardia, raccomandare al paziente di evitare qualsiasi cosa temano, incoraggiarlo a prendere un sedativo e assumersi la responsabilità per sé e per gli altri (Craske et al. 1989). A volte il partner inizia a fare attività che il paziente evita. Cerca di aiutarlo, il che fornisce un sollievo a breve termine dalle paure del paziente, ma a lungo termine, le credenze sulla sua debolezza e sulla sua incapacità di farvi fronte vengono mantenute. Il comportamento del partner aiuta quindi a mantenere il comportamento evitante e il disturbo stesso viene rafforzato (Salkovskis 1996).
Conflitti.
I conflitti, all’interno della relazione, possono essere associati all’ansia di uno oppure di entrambi i partner. Alcuni pazienti con disturbo da panico tendono ad avere un controllo eccessivo sulla loro relazione, mentre il partner deve assicurarsi che il paziente non venga lasciato solo o debba eseguire i compiti che teme di fare. Spesso questo genera una significativa ambivalenza (Pollock & Andrews 1989; Berg et al. 1998). Ad esempio, poiché il paziente dipende dall’aiuto del partner, si sente subordinato e persino umiliato, e può sviluppare una notevole avversione nei confronti del partner. Il paziente, date le numerose richieste, tende a limitare le attività e la libertà del proprio partner chiedendo a quest’ultimo di soddisfare i propri bisogni (Eher et al. 2000). Dunque, gli attacchi di panico possono agire come fattori di controllo in una relazione (Berg et al. 1998).
In conclusione, sono stati proposti diversi modelli di funzionamento problematico all’interno delle relazioni dei pazienti con DP:
- ❖ secondo un primo modello, il partner può trarre benefici dal prendersi cura del proprio partner con DP. Se il paziente migliora, il partner potrebbe sentirsi minacciato nella sua autonomia e temere di perdere una funzione significativa (Hafner 1977b; Fry 1982; Carpiniello et al. 2002). Mantenere il disturbo di panico può, dunque, proteggere l’autostima del partner;
- ❖ secondo un altro modello basato sull’ipotesi della connessione complementare (Hafner 1977a; Cundiff et al. 2015; Detzel et al. 2015), entrambi i partner possono trarre beneficio dalle dinamiche della relazione: ad esempio, una donna con DP dipende da un compagno dominante, sperimenta protezione nella relazione e il partner si sente valorizzato;
- ❖ secondo un terzo modello, il DP può aiutare un paziente insoddisfatto ma dipendente, che ha paura della solitudine, a trovare un modo per gestire il dilemma tra insoddisfazione relazionale e conservazione (Symonds 1971; Liotti & Guidano 1976). Il disturbo di panico può rappresentare un modo per esprimere la sensazione di essere intrappolati in una relazione, attirando l’attenzione del partner e controllarlo (Craske & Zoellner 1995; Shean, 1990);
- ❖ infine, un quarto modello suggerisce che i problemi relazionali di un paziente con DP possono essere una conseguenza del disturbo stesso (Hoffart 1997; Saris et al. 2017). Secondo questo modello, i problemi relazionali derivano dalla sintomatologia. A causa del disturbo, il paziente diventa più dipendente dal partner, il che crea tensione all’interno della relazione. I problemi del partner dovrebbero quindi diminuire quando i sintomi del disturbo vengono alleviati. Tuttavia, questo modello non spiega sufficientemente perché alcune coppie sperimentano un aumento dei problemi relazionali quando i sintomi diminuiscono.

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